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Patri: il mio “tam-tam”.

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Pubblicato il 10 marzo 2012 - Categoria: Ricordi
Mirabilandia_10.03

Dalla mia postazione di controllo (cioé dalla mia scrivania) vedo – oltre i monitors – delle foto; credo siano le uniche che ho per casa. Assurdo per una che ama fotografare come me ;)
Sono quattro, solo quattro.
Una foto della mia mamma, che dice molto poco e non me la rappresenta per nulla, ma è l’unica che ho e non amo molto guardarla: lei non era così e la mia mente la ricorda vividamente in un modo differente.
Poi una foto di una amica che se ne è andata prima di me e mi aspetta lassù spero: Cri. Mi piace vederla e parlarle quando alzo gli occhi e fare un “tam-tam” mentale.
Poi c’è la foto della mia “terza” figlia, Margherita, un sorriso birbante di quella che allora era una donna “in fieri” e ora è una splendida persona.
E infine l’unica foto a cui rivolgo lo sguardo di continuo, una foto del passato, scattata a caso da una macchina automatica alla fine di una discesa sui tronchi d’acqua a Mirabilandia: l’unica foto che abbia immortalato la mia più cara amica insieme a me.
Patri ed io insieme ai bei tempi, tempi comunque felici per il solo fatto che eravamo insieme.
È con quella fotografia che parlo, a lei sola racconto ogni cosa, mi sfogo, chiedo consiglio.
E lei mi risponde nel cuore, nella mente, in ogni cellula di cui sono composta.
Credo sia questa la forza dell’amicizia: sapere di essere una parte l’una dell’altra sempre e per sempre.
Ma queste sono solo le belle parole che mi dico in ogni maledetto momento della mia giornata, per convincermi direi.
La realtà è molto diversa o meglio è su un piano completamente parallelo: io so che la nostra è una amicizia unica e speciale, mai avuto dubbi su questo fatto, ma ogni più piccola parte di me grida dal dolore per la lontananza.
Si ha un bel dire che l’amicizia non cambia nonostante la distanza. Non cambia il sentimento certo, ma la sostanza è molto diversa: è sofferenza, solitudine, uno stillicidio continuo.
È la ovidiana “Gutta cavat lapidem non vi, sed saepe cadendo” e quella goccia è una tortura continua, un interrogativo ininterrotto: “Che ci faccio io qui senza lei?”
Ma la vita mi ha dato risposte che purtroppo non mi permettevano (a mio parere ovviamente) scelte differenti e quindi io sono qui in Canada e lei allo stesso posto di sempre. Sapete quante volte mi perdo nel guardare foto che magari ho avuto per caso alla ricerca del dettaglio, del ricordo di quello che era e che ora non è più?

Ecco, guardate questa foto, quando io partii non era così e molto probabilmente oggi è ancora differente da questo. Un angolo di cucina, una stanza in cui abbiamo passato ore, un dettaglio di una vita vissuta intrecciata. Da una foto posso risentire gli odori di quei momenti, rivedere le luci di quella stanza, riudire i rumori delle porte che sbattevano, o delle zie che entravano, dei cani che abbaiavano. E posso ricordare le mille cose fatte indimenticabili. Piccole piccolissime cose di tutti i giorni che hanno reso la nostra amicizia unica.
Per esempio ricordo quella volta, in un pomeriggio di tempo grigio, in cui per la prima volta abbiamo attaccato la Play Station di Maggie e ci siamo messe a giocare a Sonic. Sembravamo invasate, Maggie e Marco erano a scuola per il pomeriggio e dovevamo andare a prenderli ma noi non volevamo smettere, eravamo lanciatissime!! Imbranate al completo, continuavamo a sbagliare e a ripartire, ma che belli quei momenti, quelle risate che salivano liberatorie ed esplodevano in libertà. E quel continuo “cuccare” (cioè guardare di corsa) l’orologio perché il dovere chiamava, i bambini uscivano da scuola, ma noi….. noi stavamo vivendo un momento solo nostro e non volevamo lasciarlo.
Quanti momenti così, quante corse all’ultimo momento per arrivare in tempo a recuperare i figli in piscina, a scuola, al maneggio. Quante splendide ore rubate al “dovere” e vissute fino in fondo nella gioia di essere insieme.
Veramente bastava nulla perché tutto fosse una festa. Bastava andare a fare la spesa insieme, cercare offerte specialissime, ravanando negli scatoli dei fondi di magazzino o anche solo vedere quello che non avremmo mai potuto comprare e sognarci sopra.
Anche i momenti più brutti, vissuti insieme, sono stati momenti da salvare e da ricordare. Le malattie, gli ospedali, i lutti: affrontati una vicina all’altra con la sicurezza di non essere sole. Scrivo e (Patri sa bene cosa intendo :) ) lo straccio delle polveri si è imbevuto di lacrime, gli occhiali sono stati già puliti più volte, e “l’ampio petto” è bagnato!
Succede molto spesso, basta una parola, una immagine e la mente vola nello spazio in cui sto meglio, quello dei ricordi. Quello in cui questa ineguagliabile amicizia è viva e presente, dove ogni cosa sembra ancora possibile perché insieme potevamo affrontare tutto.
Poi però ti accorgi che non ci vedi bene e scopri che sono le lacrime ad impedirti di vedere, che fai addirittura fatica a respirare perché il magone ti ha preso la gola e vorresti potere cancellare tutto pur di potere rivivere ancora quei momenti, quelle piccole cose di ogni giorno.
Ma non è possibile.
E allora è giocoforza obbligarsi a pensare che comunque siano andate e vadano le cose, io sono stata fortunata, anzi fortunatissima.
Io ho avuto e ho vissuto la cosa più bella che si può avere in questa vita: una amicizia vera.
E la ho ancora, perché io lo so che non è cambiata, è solo lontana, fuori dalla mia portata.
Ed arrivo ad essere gelosa: gelosa di tutti quelli che possono avere questa persona nella loro quotidianeità e che magari non ci fanno nemmeno caso. Non perché non ne sappiano il valore, ma solo perché tra loro non c’è stata quella scintilla che fa nascere una amicizia speciale.
E voglio parlarne, perché penso che delle cose speciali si debba essere felici e dividerle con gli altri.
Forse sarà questo l’unico modo che avrò per “vendere” felicità.
Ciao Patri! Ti voglio bene.