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Non aspettare nulla

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Pubblicato il 26 luglio 2013 - Categoria: Sfogarsi aiuta, Vita quotidiana
Non-aspettare-nulla-tranne-il-vuoto

Aspettare è ancora un’occupazione.
È non aspettare niente che è terribile. 

Lo ha detto con parole che io non potrei trovare Cesare Pavese.
Lo ho riscoperto in quest’ultimo mese. Letto qualcosa ai tempi del liceo e poi lasciato perdere perché troppo “triste”: mi era incomprensibile come una persona potesse essere così cupa, delusa e senza più alcuna prospettiva.
Ora, quasi per caso, ci siamo ritrovati, e finalmente capiti. E direi pure amati. Profondamente.
E mi fa sentire meno sola, perché anche se mentre stai male la tua mente continua a dirti: “Guarda che non sei sola, in tanti stanno male. Fattene una ragione”, beh….tu stai troppo male, troppo sprofondata nel tuo personale inferno nero, quello che la mia mamma chiamava “essere infognati” (tradotto credo voglia letteralmente dire essere nelle fogne) e non ci credi a quella vocina dentro, non accetti di dividere la tua previlegiata condizione, quel tuo essere l’unica a soffrire così.
Non vuoi anche nella sofferenza tornare ad essere una come tante, una che non conta nulla, una che si perde nella marea di persone che nessuno considera e che – da un certo punto di vista – non esistono per nessuno. E se qualcuno per sbaglio nota quelle persone, fa’ di tutto per cancellarle, per non memorizzarle, per potere cercare di essere in qualche modo dalla parte opposta, dalla parte di quelli che riescono ad essere felici. O che riescono ad illudersi di esserlo.
Cesare Pavese, un malinconico, un essere profondamente triste.
In altre parole, un depresso.
Perché alla fine diamoglielo un nome a questa condanna, non giriamoci intorno. Nella maggior parte delle situazioni non è la vita che sia stata particolarmente dura con te. La vita è dura con tutti, ma è anche generosa con tutti. La vita da’ e la vita toglie. E questa è la condizione stessa del vivere, una condizione giusta, bilanciata, uguale per tutti, in linea di massima.
Ma sono le persone, quelli che vivono, quelle che devono vivere se non trovano il coraggio di morire, sono loro che sono diverse. E lo sono in modo profondo, fin dalla nascita.
C’è chi nasce con nel proprio DNA determinate cose che faranno di lui una persona di successo e chi invece avrà una vita ai margini. Eppure oggi la scienza ha imparato a manipolare il DNA, ha imparato a curare tante cose. Ha deciso di infrangere le leggi naturali, vorrebbe anzi creare una razza perfetta, persone senza malattie, persone sane e perfette.
Non so quanto questo sia giusto, ma non ho le conoscenze adatte ad esprimere un giudizio.
Quello che so e di cui sono sicura, è che la medicina dovrebbe forse occuparsi di più delle piccole cose con cui la gente è costretta a vivere e a rovinarsi l’esistenza.
E mentre scrivo, mi rendo conto che questi “errori” che ci portiamo dentro dalla nascita sono veramente tanti, troppi. Io posso parlare solo per me, perché il mio errore di DNA, ereditato da un’intera lunga linea familiare, è un problema che viene curato, è curabile in buona parte, ma solo se le cure sono a portata di mano nel momento giusto. Perché dopo è troppo tardi, dopo non hai più la forza per cercarle, per prenderle, per capire che si potrebbe guarire. Dopo sei un tutt’uno con il tuo DNA marcio, direi quasi che in certi momenti arrivi ad amarlo, lo capisci e lo coccoli perché è lui che t’impedisce di non essere proprio nessuno.
Pare di bestemmiare nel dire queste cose, o meglio, nello scriverle. Io credo che tutte le persone che vivono la mia stessa condizione le abbiano pensate, soprattutto se hanno la fortuna di vivere nel loro mondo, in quel mondo che si sono costruite intorno lungo tutta l’esistenza. In quella situazione forse hanno creato qualche legame, hanno delle amicizie, o anche solo delle conoscenze: qualcuno vicino che sa che esistono, magari anche solo il vicino di casa che si accorgerebbe se non la vedesse più.
Ma nella mia di esistenza manca totalmente questo dettaglio, io sono fuori dal mondo, io vivo da estranea in un mondo in cui non conosco nessuno, in cui non solo non ho amici, ma nemmeno conoscenti. Uscendo di casa, le rare volte che lo devo fare, non ho nessuno da salutare e nessuno mi saluta. Da quando poi mi sono trasferita qui in Québec sono circondata dal deserto, dal vuoto spaziale. Prima qualcuno che mi riconosceva c’era, e se anche loro non mi riconoscevano, io lo potevo fare fingendo così con me stessa di essere parte di qualcosa, di una comunità. Mi è capitato almeno un paio di volte a Moncton di essere salutata per strada o in un negozio: qui esiste invece solo il nulla. Dallo studio dove passo la mia vita da undici lunghi anni, nella vecchia rimpianta e amatissima casa a Moncton vedevo le persone passare sulla strada, qualche volta capitava di vedere arrivare la macchina di Mimmi che si fermava da me, e comunque tutto mi era familiare, mi ero inventata dei nomi per le persone che passavano, erano quasi degli “amici”.
Qui da questa stanza non vedo nulla, da una parte una pianta e dall’altra la piscina. Tutto sempre vuoto, tutto senza vita. Ma non vedo di cosa dovrei lamentarmi: la vita te la costruisci tu e non puoi accusare nessuno se quella che hai non ti piace o non ti soddisfa, Lo credo veramente, non sono “palle” dette (o meglio scritte) tanto per dire.
Ma posso almeno odiare me stessa? Posso odiare il mio marcio DNA? Posso almeno gridare che la depressione non è uno stato dell’anima, non è una poetica malinconia, non è qualcosa che ti rende sottile come i famosi poeti dell’ottocento. NO, la depressione è solo qualcosa di marcio che porto nel mio DNA e che nonostante quel DNA originale si sia man mano diluito con uomini che grazie al cielo erano tutt’altro che depressi, ancora una parte persiste. Ed è in me, forte e vitale come tutto il resto di me stessa ora non riesce più ad essere. È sempre stata dentro di me, fin da giovanissima: appariva e spariva fin da quando ho avuto dieci anni. Ne ricordo perfettamente la presenza, ricordo gli episodi che mi hanno fatto scoprire la sua presenza. Quegli stessi episodi che mi hanno fatta condannare come ribelle, che hanno portato la mia mamma a chiamare il medico, che le ha fatto pensare in due diverse occasioni che il collegio fosse la soluzione migliore. Ricordo bene due episodi che oggi sarebbero chiamati tentativi di suicidio, ricordo il panico creato nel collegio in Città alta dalle suore quando picchiai volontariamente la testa nel portone di vetro rompendone una piastrella e ferendomi. Chiesero ai miei genitori di ritirarmi dal collegio…. Onta su onta per loro, nemmeno il collegio mi teneva. Poveracci, non deve essere stato facile da digerire. E così tutte le loro belle speranze per questa figlia che però era molto intelligente, si spensero. Erano già in bilico da quando la mia maestra, Suor Battistina, mi aveva definita “Cavallo pazzo”. Ma per lei ero sì un po’ pazza, troppo impulsiva, strana forse, ma diceva sempre che avevo un cuore grande e che questa sarebbe stata la mia salvezza. Cara Suor Battistina, forse il cuore grande lo avevo, forse come dicevi tu ero generosa, pronta a volere bene a tutti, disposta a vendermi per un segno di affetto e di amicizia; ma sai, questa è stata la mia condanna.
Depressione genetica e desiderio di essere “importante” per gli altri, utile, amata, considerata, apprezzata ….o come diavolo avrei voluto essere, erano due cose che non potevano convivere in pace. Una escludeva l’altra, erano una miscela esplosiva e che poteva solo distruggere me e tutto quello che avevo vicino. E così è stato. E lo ho capito solo ora, solo negli ultimi anni.
Prima ero convinta, almeno in Italia lo ero, di avere sconfitto la bestia che viveva in me. Tra alti e bassi ero riuscita a sopravvivere, a sembrare – credo – normale, con una vita sociale, con la convinzione di avere degli amici, un giro di conoscenze, una vita sociale.
Insomma potevo sentirmi utile a qualcosa e illudermi di avere realizzato almeno un pochino la mia vita.
La morte della mamma, i problemi successivi, la morte del babbo, la perdita delle mie radici, la decisione di andarmene per sfuggire a quel vuoto, il vuoto di una famiglia che non c’era più anche se un pezzo era ancora presente, quello stesso pezzo che mi rifiutava, che non mi voleva vicino…. Ecco tutto questo mi ha portata qui alla situazione di oggi.
Alla fogna nera, alla selva oscura, al vuoto in cui vegeto e in cui mi crogiolo.
Un vero successo. Alla fine è lei ancora che vince. Come ha vinto con la mia mamma, con la nonna, con i numerosi suicidi di famiglia. Lei riesce a vincere perché il mondo che ci circonda non si cura di lei. Perché non la vogliamo vedere. Anch’io non la vidi in mia madre, non la capii. Ma sono solo scuse dire che non la conoscevo, che di depressione non si parlava. Avevo un medico in famiglia, lui doveva conoscerla. Eppure la mamma era lì, infognata nella sua poltrona, a fissare il nulla sperando di andare dai suoi genitori, gli unici grandi amori della sua vita. Suo fratello e suoi genitori, erano la sua speranza, la luce da inseguire, la speranza di una nuova vita migliore di quella che la sua vera famiglia le dava. Ed io questo lo sapevo, lo ho sempre saputo. Prima intuito poi capito a fondo. Ma non sono riuscita a fare il passo successivo, a capire che forse non era mancanza di amore per me, ma era solo sognare qualcosa che fosse indolore, migliore.
Ed in questi anni ho potuto pensare e capire, ma io non potevo avere il suo stesso sogno. Lei si rifugiava nelle sue radici, io non le avevo quelle radici, non le avevo mai avute. E ora so che non era colpa sua, ma della depressione sempre più presente in lei e sempre più ignorata da tutti.

E il vuoto è il terreno di coltura ottimale per la depressione ed infatti qui è potuto divenire forte ed occupare ogni mia cellula, ogni parte vivente di me. E poi è riuscita a farle morire e Ha lasciato il deserto.
I miei tentativi di contrastarla cercando di tendere le mani attraverso un monitor, attraverso lo spazio reso ormai limitato dalle connessioni internet, non sono servite. E non potevano servire, la gente ignora queste richieste ed arriva a dirlo chiaramente. Quante volte negli ultimi tempi ho letto su Facebook messaggi che invitavano a tenere lontano le persone tristi e depresse perché “ne abbiamo abbastanza dei nostri di problemi”….!!
Le leggevo nei post di persone nelle mie “amicizie” e pensavo fossero dirette esattamente a me. E mi vergognavo di avere disturbato, di avere forse pubblicato troppe citazioni che non parlavano di cose allegre, che non citavano barzellette ma che arrivavano al cuore. Perché non ero io a scegliere le citazioni, non sono io a mettere pezzi di libri sul mio sito, è lei che è diventata me. È la solitudine cosmica, è il nero, è l’assenza che a vivere per me. Ed io sono diventata lei, e così ho scelto, lei ha scelto. Il sito non cresceva, la pagina Facebook non aumentava, vedevo tutte le altre pagine simili alla mia e nate insieme a me invece andare, avere migliaia di fans. E nella mia mente i fans sono Amci, sono presenze. I “like” sono carezze, pacche sulla spalla, sono ciao, sono una voce che ti dice: “Io ci sono, io ti seguo, tu per me esisti”. Tutto questo non c’era per Liosite perché a nessuno interessa la tristezza, nessuno vuole vedere delle cose che potrebbero coinvolgerti. Meglio un “like” sulle solite catene che sfruttano le situazioni drammatiche, le malattie ostentate in una foto, che però si risolvono immediatamente. Dato il tuo “segno” quella foto, quella campagna scompare dalla tua vita.
Liosite per me era ed è il mio modo di sopravvivere. Fino ad oggi era anche il filo della speranza, la speranza di non sentirmi sola sempre. Oggi invece e fino a che riuscirò ancora a combattere, solo l’occupazione per il tempo vuoto, il modo di fare passare le lunghe ore della giornata. Basta pillole, quelle che un’amica mi aveva mandato dall’Italia e che poi mi ero fatta prescrivere qui e che ho continuato a prendere per anni e che a nulla servono. Basta buttare soldi, basta fluoxetine altro nome per il Prozac, basta tiroxina. Non servono a nulla, non sono mai servite a nulla. Lasciamo che la tiroide continui a non fare nulla ed a farmi ingrassare, tanto peggio di così non potrà fare. Ormai la pelle si sta spaccando, come quella dei palloni troppo gonfiati. E la droga delle casalinghe americane, il Prozac! Possono anche prenderlo se vogliono buttare i loro soldi, non serve a nulla. Spendo oltre $100 ogni mese di queste medicine e sto sempre allo stesso modo, anzi no, non è vero, sto sempre peggio, Divento sempre più grassa, divento sempre più debole, divento sempre più immersa nella mia anima nera. E allora almeno risparmiamo! Liberiamoci di un’inutile schiavitù che dura da troppi anni. Va bene essere schiavi se ti porta giovamento, ma viva la libertà quando l’essere schiavi non serve a nulla.
E sì, anche se nessuno se ne è accorto, vi siete liberati di me, delle mie patetiche e-mail con citazioni, dei miei post su Facebook, su Tumblr, su Stumbleupon, su OK Notizie, su Twitter, su Google. Perché ovunque io lanciavo il mio messaggio in bottiglia, ed ovunque ho disturbato. Solo una persona ha avuto l’onestà di dirmelo in faccia e la ringrazio di cuore. Mi ha fatto capire quello che avrei dovuto capire dalle evidenze quotidiane, dall’assenza di commenti, di condivisioni, dal vuoto che circondava il sito e la pagina FB.
Chiedo scusa a tutti del disturbo arrecato, io non intendo fare quello che fanno tutti, non intendo essere uno stalker di Facebook, non voglio essere un troll di internet. Non farò mail bombing, non disturberò più nessuno, come avrebbe detto la mia mamma :”Imparerò a stare al mio posto”, quel posto che non ho potuto scegliere io ma che il mio DNA ha scelto per me.
Ma se qualcuno leggesse questo mio stupido sfogo, ricordi che la depressione è una malattia, una patologia grave, che va seguita e curata. E che le persone depresse forse saranno anche contagiose, ma possono essere aiutate alle volte anche solo parlando loro, dando loro un poco nel vostro tempo.
E soprattutto aprite gli occhi, persone che siete sicure di voi, che riuscite a ridere, che avete la certezza delle vostre capacità: potreste avere vicino qualcuno che cerca di nascondere la vergogna della depressione, della sua diversità. E magari è una persona che amate, ma nel vostro essere sicuri di voi stessi, non le vedete. E così le condannate.

PS – Dentro di me una vocina mi dice:”Se stai gridando aiuto devi condividerlo o nessuno mai lo leggerà”.  Ma la vergogna è molto più forte di qualsiasi voce.

  • http://nellarugadeltempo.blogspot.it/ Loretta Stefoni

    Ciao Lio, ti ho letta con interesse. Purtroppo viviamo in una società che ha tanti problemi quotidiani da affrontare e la gente ama stare con chi è d'aiuto ad alleggerire il respiro, ma non ti curare della quantità dei tuoi followers, anche se ne avessi soltanto uno, ma vero, varrebbe più di mille. Spero che qualcuno prima o poi riesca a trasmetterti un po' d'affetto, anche se virtuale. Sai, di solito non ho difficoltà a trovare le parole giuste da dire, ma mi accorgo di fare fatica, percepisco la grande solitudine che senti e mi sembra che qualsiasi discorso ti possa fare sia banale e tu non hai bisogno né di stupidi convenevoli, né di odiose frasi fatte che ti tirino su il morale… tu hai bisogno di "pelle": parole che diventino mani capaci di stringere le tue. Non so come si fa, ma se vuoi… ci possiamo provare. Un grande abbraccio, Loretta

    • http://www.LioSite.com/ Lio

      Brutto periodo Questo Loretta….

      Ma comunque grazie per la tua presenza qui ♥