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Il silenzio

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Pubblicato il 3 agosto 2015 - Categoria: Sfogarsi aiuta, Tanto per parlare
I-miei-occhi-la-mia-bocca-2

Il silenzio ed il buio consentono di vedere quello che altrimenti non si vedrebbe.
Ed a me non mancano mai né l’uno né l’altro, anzi … io ho solo quelli.
Se la mia vita avesse anche solo un minimo di normalità non mi troverei ad intavolare una “discussione” con me stessa attraverso una tastiera e guardando negli occhi un monitor (anzi due almeno sembrano davvero occhi).

Se volevo una conferma dello stato di assoluta solitudine in cui vivo questo credo proprio lo sia.
Esattamente come lo è il fatto che siano le ore 13 ed ancora non abbia detto una sola parola e nemmeno la abbia ascoltata.
Fra poco sentirò una frase, sempre la stessa.
Mio marito, che aprendo la porta di questo stanza mi chiederà: “Mangi?”

Ed io mi trascinerò faticosamente in piedi, supererò a fatica i tre gradini che mi separano dal resto della casa, arriverò in una cucina eternamente buia (anche con il sole accecante delle due del pomeriggio), darò uno sguardo impietoso alla tavola e dentro di me penserò “Ma cosa sono venuta qui a fare?”
Poi mi siederò per 10 minuti a tavola, spalmerò qualche cosa su un pezzo di pane e in un silenzio da sacrestia interrotto dalla televisione che parla da sola nell’altra stanza, caccerò giù qualcosa che non avrei alcuna voglia di mangiare.
Ma tant’è … altro non ci sta e la colpa è sicuramente mia.
Per avere qualcosa di decente o lo preparo io o non c’è ed io non ho né la forza fisica di preparare, né la spinta per farlo.

Lo stesso mangiare è divenuto solo un tentare di ridurre l’acidità permanente o i dolori allo stomaco, non si tratta certo più di appetito né tantomeno di fame.
Forse solo di abitudine: mi chiamano, debbo andare, debbo restare quei 10 minuti e poi posso tornare di qui a fissare il vuoto o comunque a fare cose assolutamente inutili.
E questa sera, alle diciannove, si ripeterà tutto.
Questa volta senza essere richiamata all’ordine da mio marito, ma solo dal mio residuo senso del dovere che mi dice che almeno un piatto al giorno di qualcosa devo prepararlo a quel pover’uomo.
E così in una trentina di minuti, cercando nel congelatore, tento di preparare qualcosa che sarà comunque scadente e – almeno per me – totalmente insapore.
E questo perché io ormai non percepisco più nemmeno i sapori.
La mia unica possibilità di fare arrivare qualcosa al mio cervello è di salare all’inverosimile quello che mi metto nel piatto ma si tratta di sapore di sale non d’altro.
E così si fanno passare poi i successivi dieci minuti – il tempo di una cena – in silenzio sempre con la televisione che parla di là e vomita tutte le porcherie di una politica italiana che mi disgusta.
Alle volte la rabbia per le notizie mi porta a parlare, ad esprime dolore, tristezza o rabbia per il degrado morale che percepisco attraverso quelle anonime voci che ascolto.
E queste, quando ci sono, sono le interruzioni al silenzio che esistono nella mia vita dal momento in cui mi alzo a quello in cui faticosamente mi trascino sul divano per guardare il film scaricato o la serie televisiva.
Dura fino alle 23.30 questo chiacchierio televisivo, queste voci che interrompono il silenzio, questi momenti in cui entro in contatto con qualcuno che racconta qualcosa.
Qualcosa di estraneo alla mia vita, qualcosa di fantasioso , a volte triste, a volte assurdo; ma sono voci e frasi che hanno un senso e che il mio cervello si sente in obbligo di seguire e di capire, che entrano dentro di me e mi costringono per qualche attimo a pensare a qualcosa che sia fuori di me, fuori dal mio buco nero.
Poi si spegne tutto, mi metto a letto con il mio tablet, scorro un po’ di notizie su Facebook.
Ormai i miei contatti sono solo di gruppi politici come il M5S o gruppi animalisti, o canili/gattili che chiedono aiuto (che io non posso nemmeno dare visto che loro sono in Italia ed io qui), qualche ricettario per il Kenwood Cooking Chef o per il Bimby (che raccolgo e poi ben di raro faccio ormai).
Contatti personali praticamente nessuno, ho forse ancora una o due persone che ho conosciuto nella realtà (quindi quando ero ancora in Italia).
Una persona l’ho vista una sola volta quando avevo vent’anni e la vidi credo per 3 minuti in tutto.
Un’altra non la vedo comunque da quaranta anni e l’ho recentemente ritrovata appunto su Facebook quando – in un momento di disperazione totale ho tentato di trovare un aggancio per restare a galla ed ho cercato su FB i nomi che ancora ricordavo dal mio passato mandando loro inviti di amicizia.
Qualcuno ha risposto, altri no.
Solo con uno si è ricostruito un tenue collegamento e amo leggere quello che condivide perché mi fa vedere quello che avrebbe potuto essere, come le persone normali – dopo avere trascorso la parte più attiva della loro vita lavorando, creandosi una famiglia, crescendo dei figli ecc. – continuano però una vita normale, con le amicizie che hanno costruito nel corso della loro “precedente” vita, godendo piccoli e grandi piaceri come andarsene al mare, fare piccoli viaggi, vedere i figli ed i nipoti, magari anche i fratelli, le sorelle o i vecchi colleghi.
Piccole cose normali, nulla di trascendentale.
Piccole grandi cose.

Altri contatti? Ne avevo qualcuno ancora ma li ho cancellati.
E vorrei cancellare tutti del resto.
Già, vorrei cancellare tutte le persone per non vedere la loro normalità, reale o apparente poco conta.
Perché Facebook appunto vuole essere una vetrina, addirittura è diventato la fiera dell’esibizione di tutto (vero o falso che sia quello che si fa vedere), ma alla fine non è un momento di condivisione o di contatto tra persone lontane.
NO, è solo il momento in cui ti rendi conto che si è ancora più lontani visto che non esiste un momento in cui si “parla”.
Si mettono notizie, link, si legge ma non si risponde, non si cerca un contatto, al massimo va bene il famoso pollicione su che vorrebbe dire che tu hai letto e condividi il pensiero.
Ma se questo mi starebbe bene sulla mia pagina LioSite, non è certo quello che io cercavo sul mio contatto personale.
Mi fa solo sentire una guardona elettronica, che spia le immagini, che legge quello che gli altri fanno, che prova invidia nel vedere le persone che escono a cena, che si danno appuntamenti per fare qualcosa, che programmano eventi, che … vivono.
E tu resti lì a spiare i loro movimenti, a sognare di esserci anche tu.
Vedi i compagni di liceo organizzare incontri.
Vedi le compagne del liceo che si organizzano una settimana insieme da qualche parte.
Vedi accadere eventi belli e meno belli. Tutto viene comunicato o sottinteso, ma nessuno lo viene a dire a te che sei lontana.
È solo una condivisione di cose che “loro”, i lontani nello spazio, stanno vivendo insieme o hanno vissuto e comunicano ad altri in anticio sul momento in cui si vedranno e ne parleranno a tu per tu.
Ma per te sono tutte cose che non sai, che ti colpiscono come un fulmine a ciel sereno.
Alle volte basta una fotografia che tu studi con attenzione, che scarichi per poterla ingrandire, a farti notare qualcosa che potrebbe nascondere una notizia, una novità.
Ma sono novità solo per te perché ovviamente nessuno te le ha dette e non puoi viverle: tu non sei più parte di quelle vite, non sei più nessuno per loro.
Ma continui a guardare, anche se ti fa male, un male terribile.
Vedi la vita scorrere come è giusto sia.
Una vita che viene vissuta.
Bene o male, poco importa alla fine, ma viene vissuta.
E ancora vedi chi scopre nuovi hobbies, chi decide di andare in palestra, di fare un corso di fotografia piuttosto che di qualche altra cosa.
Vedi le foto che vengono postate, le discussioni sul risultato e l’appuntamento per una uscita comune per migliorare la tecnica di scatto.
Vedi appunto tutto questo e stai ancora peggio.
E decidi che la cosa migliore sia smettere di stare lì a guardare perché ti sta facendo troppo male e se silenzio deve essere è molto meglio sia senza immagini, sia quello reale che vivi qui e inizi a cancellare i contatti.
Quelli che in un qualche momento della tua vita di prima avevi visto, e toccato, e abbracciato quando te ne andavi.
Basta, loro non sono più parte della tua realtà.
Forse ci si era provato, almeno con una lo avevamo fatto.
Era troppo parte di me per potere essere cancellata.
Ma poi, il tempo, le situazioni, la distanza, insomma … la vita… ha deciso diversamente.
Per me resta nel cuore o forse dovrei dire che “è” il mio cuore, il ricordo più caro.
La vita per alcuni va avanti, i posti rimasti vuoti si riempiono nuovamente (come è giusto), per altri resta solo lo spazio vuoto ed i ricordi, i preziosissimi ricordi che non riesci a spegnere e che restando nella tua vita e presentandosi in ogni secondo ti fanno solo del male.
O forse, forse nel dolore che ti provocano, sono anche l’unico segnale che ricevi da te stessa e che ti dice: “Sei ancora viva”.
Ed aggiungo … purtroppo.

I-miei-occhi-la-mia-bocca-2L’altra sera ho visto il film “Still Alice”, il dramma del morbo di Alzheimer.
E mentre lo guardavo piangevo ponendomi una serie di domande.
Per esempio se in fondo quella non era una “soluzione” per quelli come me.
Per le persone normali è solo una condanna orribile, a cui personalmente credo che la giusta ed unica soluzione sia permettere loro di scegliere come e quando andarsene lasciando la vita con dignità.
Per me sarebbe in parte un regalo, un dimenticare tutto, una vita di fallimenti e di solitudine, cancellerebbe il nero totale in cui vivo e forse mi porterebbe in un mondo psichedelico, con allucinazioni a colori….
Ma alla fine sarebbe comunque una condanna per chi si sentirebbe in qualche modo in dovere di accudirmi e questo pensiero mi fa solo rabbrividire.

Questo il mio vero incubo: essere un peso per altri.
MAI!
Ma allora? Allora pare che non esistano soluzioni alternative.
Pare che l’unica soluzione sia quella di uscire di scena fino a che ne ho le capacità fisiche.
Perché uno deve continuare a soffrire, giorno dopo giorno sapendo che questo soffrire ti sta cambiando al punto di essere ormai diventata cattiva con i pochi che ti restano e che ami più di ogni altra persona?
I mille segnali di decadimento fisico e psichico che ogni giorno mi arrivano e che aumentano continuamente, e che sembrano ingigantirsi nel silenzio in cui debbono necessariamente restare, portano solo a quella scelta.
Lentamente stacchi i contatti e mentre li stacchi lo fai quasi in maniera “subdola”.
Sì, perché in fondo speri che qualcuno reagisca alle tue segnalazioni che sono comunque appelli.

Inizi ad avvisare che cancellerai pian piano i tuoi contatti scusandoti e spiegando che non è una azione contro qualcuno, ma una difesa contro il dolore che ti provoca assistere alla vita di altri essendone comunque fuori.
Ed anche solo scrivere quelle righe è faticoso, ma questo gli altri non lo sanno.
È difficile spiegare quanta forza – anche fisica – sia necessaria per rispondere ad una mail o per scrivere un post.
Per mantenere vivo LioSite, per cercare di farlo crescere, per avere la scusa per continuare a restare “viva”, utilizzavo tutta l’energia che avevo nella giornata.
Quattro post su FB, altrettanti (gli stessi nella realtà) sugli altri social.
E poi aggiornare il sito, aggiungere testi, poesie ed immagini.
E continuare a controllare, correndo piena di speranza ad aprire la pagina di Liosite su Facebook, per vedere se vi fosse un nuovo “like”, o un commento o una condivisione.
E gioire quando lo trovavi e piangere amare lacrime invece quando vedevi che nulla cambiava o – totale tragedia – qualcuno si era cancellato e si scendeva invece che salire.
E cercare comunque di usare il poco orgoglio che ti resta per non metterti a piangere e pregare pubblicamente per una condivisione o per un “like”.
Quante volte mi è venuto in mente, nelle ore di buio davanti al PC, che se ognuno dei miei attuali 2600 e rotti contatti condividesse la mia pagina chiedendo ai propri contatti un “Like” ed una ulteriore condivisione, si crescerebbe in modo esponenziale e mi verrebbe dato ossigeno abbastanza per respirare ancora e cercare di andare avanti.
Il famoso concetto del film “Un sogno per domani”.
Ma ovvio, il mio è solo un pensiero egostico: penserei solo a me stessa nel momento in cui chiedessi questo.
E non ne ho alcuno diritto ma … è il senso della sopravvivenza stessa che ti porterebbe a questo.
Solo l’orgoglio ti riesce a bloccare: non puoi sputtanarti fino a questo punto.
Gli amici o ci sono e capiscono o non ci sono.
I rapporti di qualsiasi tipo essi siano, debbono nascere spontaneamente se si vuole che abbiano almeno una chance di sopravvivere.
Ero arrivata a pensare di pagare i “Like”….
Ci sono società che te li fanno arrivare.
Ma poi? Sarebbero mai restati? Avrebbero mai partecipato?
Chissà, forse sul numero ci sarebbe stato comunque un miglioramento e con più persone ci sarebbero state più condivisioni e di conseguenza nuovi arrivi.
Invece no, il deserto vince.
Era il 26 luglio quando ho visto il calo brutale di numeri sulla pagina e ho rinunciato.
Ho voluto vedere se qualcuno se ne sarebbe almeno accorto.
Magari una persona avrebbe chiesto: “Che fine ha fatto Lio?”
Era domenica, è passata una settimana più un giorno.
Siamo alla fine del lunedì 3 agosto e nessuno ha scritto una sola parola.
Solo una conferma.
La conferma che tu non sei una persona, non sei Lio con il tuo carico di vita, bella o brutta.
La conferma che non hanno visto nulla dietro al susseguirsi di post presentati ed accompagnati dalle parole …
Parole di chi? Forse di un robottino, o di un programma che automaticamente posta a caso qualcosa che pesca dal sito Liosite.
Eppure dietro ad ogni singolo post c’è un presenza che vaglia il post, che ha dubbi sul quale scegliere, in base all’ora, alla stagione, al tempo atmosferico, a quello che accade in Italia.
Ma sembra che nessuna se ne accorga.
L’esistenza di un essere umano che a causa del fuso orario si danna per non potere rispondere immediatamente ai pochissimi commenti che però compaiono quando dorme.
È solo un mordi e fuggi, prendi e scappa con un solo imperativo: non lasciare un segno del tuo passaggio, non commentare, potrebbe essere un segno di debolezza.

Ecco come alla fine una applicazione, un social network, possono diventare gli esecutori di una condanna capitale.
Facebook, Twitter, Pinterest, Tumblr, G+ ed altri: sono solo entità che mi creano l’illusione di “essere” con altri, di avere amici.
Ma in realtà non ci sta nessuno, si è completamente soli e più ce ne rendiamo conto più ci attaccheremmo a questi finti appoggi sperando che le cose possano cambiare.
Ma non è così: si è sempre più soli, manca ogni rapporto umano, manca la possibilità di guardarsi negli occhi, di ascoltare una voce.
Manca l’immediatezza della replica, e ancora peggio, nella solitudine che si crea sui Social, pesa il rifiuto che vivi.
Lì la solitudine la subisci, vieni in pratica emarginato.
Ti guardi intorno e vedi tante altre pagine, che ti sembrano simili alla tua, anzi spesso ti sembrano molto peggiori, che hanno però successo mentre tu stai fallendo.
Ed allora ti senti buttata fuori, emarginata, non scelta.
In una parola: rifiutata.

Questo ho provato e continuo a provare vedendo quella pagina ferma al 26 luglio, senza più nemmeno una parola, un commento.
Dovrei mettere una scritta “CHIUSO PER FALLIMENTO”.

Perché di questo si tratta.
Non sono riuscita a smuovere nulla nelle persone, non sono riuscita a creare un poco di feeling.
O forse per fare muovere le persone, anche se solo per pochissime ora, ci vorrebbe l’annuncio che colpisce e porta tutti a parlare: “è morto, se ne è andato, ha concluso il suo percorso ecc. ecc.”.
A quel punto il tam tam partirebbe, anche solo per poche ore la tua pagina vivrebbe.
Per poi finire per sempre.

Per oggi basta, non ho più un filo di forza.
Ma fino a che deciderò di andare avanti ancora, almeno qui sul sito, cercherò di scrivere quello che sento dentro, quello che mi sta uccidendo.
Perché chissà, forse potrebbe servire a qualcuno che vive le stesse cose ma vivendo una realtà “reale” differente (per me non sarebbe la stessa cosa se fossi in Italia, forse avrei potuto avere una possibilità che qui invece non posso avere. Ve lo spiegherò un’altra volta.).
Attraverso i miei pensieri e le mie conclusioni potrebbe vedere delle strade da percorrere per potere salvarsi, curarsi ed avere ancora un po’ di vita.
E almeno io e la mia non-vita avremmo avuto un senso.